Quando la “Street” ce l’hai tatuata addosso

Ho chiesto a Matteo Abbondanza di raccontarmi la sua storia fotografica, gli inizi, le delusioni, le soddisfazioni, la passione per gli scatti di strada perché, a mio parere, Matteo merita un discorso a parte, essendo uno dei più bravi street photographer che ho conosciuto.

Ne è venuto fuori un racconto molto interessante e appassionato: “Ho comprato la mia prima fotocamera digitale nel 2006, di contrabbando, nei vicoli di Genova: per anni l’ho usata solo in vacanza e nei viaggi, senza alcuna cognizione tecnica. Col senno di poi, posso dire che già allora ero inconsapevolmente innamorato della Street Photography: riguardando quelle foto, infatti, si nota come nessuna di esse sia un ricordo di un viaggio, bensì come in tutte accada qualcosa in cui l’essere umano è protagonista”.

Nel 2013 Matteo parte “in solitaria” per Istanbul, attirato dal caos di una città in cui accadono tante cose, in cui è possibile catturare molta vita vera e spontanea: “avevo bisogno di verità, di realtà, di immergermi nella vita lasciando che questa mi travolgesse, senza opporre resistenza, semplicemente osservandola… e fotografandola. Non sapevo ancora cosa fosse la Street Potography, ma avevo un bisogno interno di immortalare la vita degli altri.”

In cinque giorni Matteo porta a casa 2500 scatti, mostra i migliori all’amico Marco Sirignano, noto Direttore della Fotografia, il quale si accorge che Matteo ha occhio. “Mi disse che i miei scatti avevano un che di street photography, un nome che suonava bene perché richiamava due cose che amo: la musica di strada e l’ambiente urbano, che adoro perché ha un caos che mi rende più benevolo verso il mio disordine interiore”.

Matteo inizia ad interessarsi alla fotografia di strada: “Leggo di tutto e me ne innamoro: mi ci sento in sintonia, la ho dentro, mi appartiene. E’ esattamente ciò che cercavo: è incentrata sulla realtà, sulla vita, nessuna finzione. Incontra il mio bisogno di verità, è priva di qualsiasi morale, esente da qualsiasi disamina sociale, nessuna connotazione politica. La street ‘mostra, non dimostra’ (come diceva Scianna): perfetta per me che non ho mai sopportato chi usa l’arte a scopo sociale, politico, o per mostrare i peccati del mondo portandoli alla luce. Quella la considero vanità, non libertà. La street non vuole insegnare nulla, ma solo dirti “ehy, ecco cosa vedo nel mondo… poi fanne ciò che ti pare”. A quel punto, Matteo studia, da autodidatta, le regole della fotografia: luci, diaframmi, composizioni, esposizione, tecnica… uno studio lungo e tanta pratica, continua.

Fotografare diventa per lui una spinta interiore. Grazie a una pratica ossessiva e al confronto con altri fotografi, la sua tecnica si affina e con essa aumenta il suo senso critico. Comincia ad accantonare molti scatti che non lo soddisfano, diventa molto esigente con se stesso, non vuole entrare nel turbine della bassa qualità. “Adams disse che 12 foto buone, in un anno, sono un ottimo raccolto. Aveva ragione. Scattare e postare foto di continuo è controproducente”..

Quella di non cadere nello scontato e nel banale diventa per Matteo un’esigenza imprescindibile: “ormai avevo un solo scopo: immortalare un momento non ripetibile, cercare che ogni foto fosse non replicabile, unica. A volte ci riesco, a volte no, ma punto sempre a quello”.

Ed è così che Matteo si crea un suo stile “la mia è una fotografia che predilige i giochi di luci e ombre, l’interazione tra geometrie urbane e persone. Privilegio immagini pulite, inquadrature minimal, composizioni geometriche e la presenza di pochi elementi”. Ed è proprio questo suo stile che emerge dalla massa: pulito, netto, deciso, limpido e che gli fa ottenere diversi riconoscimenti, anche a livello internazionale.

Con il 2015 arrivano le prime piccole grandi soddisfazioni, come alcuni riconoscimenti in contest fotografici. Nello stesso anno, Matteo viene selezionato da un collettivo italiano di street ma, dopo soli 5 giorni lo abbandona, non condividendo il loro approccio alla fotografia di strada: “per me la street è vita, per loro era marketing”. Dopo un anno, a fine 2016, esce un bando per entrare a far parte di ISE – Italian Street Eyes – un collettivo che Matteo ammira e che segue da un anno. Si candida, lo chiamano, lo scelgono: “ora sono membro di ISE. un collettivo di ottimi fotografi, di persone squisite, l’unico gruppo che vuole rappresentare la pluralità di visioni possibili nella street”. E’ l’ultimo di una serie di successi fotografici che ottiene nel 2016.

In definitiva, ecco cosa rappresenta per Matteo la Street Photography: “è un modo per raccontare la propria idea di realtà, per raccontare ciò che si vede nel mondo, come lo si vede, ciò che si vorrebbe vedere. Personalmente, racconto il poco, il silenzio nel caos”.

Per farlo, Matteo cammina molto, ma poi si apposta e attende: “molti preferiscono posti affollati in cui cercare qualcosa… ai tempi di Istanbul anche io facevo cosi. Ora cerco un posto, mi fermo, attendo che davanti ai miei occhi accada ciò che vorrei accadesse….sono capace di aspettare una foto più di un’ora”

Ringrazio infinitamente Matteo. Lo ringrazio per avermi dato la possibilità di scrivere di lui. Lo ringrazio per le foto che ogni volta ci regala e lo ringrazio per le sue parole. Dimostrazione che le cose accadono veramente, basta volerlo.

Vi invito a vedere il suo sito e il suo profilo su 500px

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3 thoughts on “Quando la “Street” ce l’hai tatuata addosso

  1. O forse non lo sappiamo bene nemmeno noi, e la risposta all eterna domanda come sara il mio tatuaggio quando saro vecchio?

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